martedì 21 febbraio 2012

Il Circense - parte IV

Maurus rimase tutto il tempo pensoso ad ascoltare Dacius e Caledus che continuavano “Spiegherebbe perchè il pianeta era desolato, probabilmente hanno preso prigionieri gli abitanti e i pochi beni utili che c'erano.” finì il suo pensiero Caledus. “Ma di solito i Primitivisti uccidono i neonati con queste malformazioni” rispose secco Maurus. “Vorrà dire che qualcuno di quegli squilibrati era troppo legato al suo sangue! Anche se deforme e sicuramente destinato alla morte in tempi brevi”. “Come potete dimostrare che quello che dite è realtà?” e rivolgendosi a Dacius “A chi crederà la gente di questo pianeta? A me, amico personale dell'Imperatore Rath o a un ex legionario? Tra l'altro sanno che sei un legionario repubblicano?” A quel punto non potemmo più tenere a freno Dacius che, preso dall'ira, prese il pugnale di Tangi, seduto alla sua destra, e sgozzò Maurus figlio di Dracus. Il locale, fino ad allora rumoroso e movimentato si fermò a guardare la scena. Nessuno osò avvicinarsi. La gente, come se fosse annoiata o avvezza a violenze di questo genere fissava silenziosamente il coltello tranciare la carotide del giullare. Appena il corpo di Maurus cadde di spalle a terra, in una pozza di sangue color rubino, tutti si rivoltarono al loro tavolo, come se nulla fosse successo. Solo l'oste chiaramente infastidito si avvicinò a noi imprecando “E adesso chi mi pulisce questo casino? E il corpo? Cosa me ne faccio di un cadavere?!” Dacius si sistemò la giacca, si chinò sul cadavere del circense, prese la bisacca con i soldi, la aprì e diede una manciata di denari all'oste dicendo “Questo dovrebbe ripagarti per la fatica”. Poi si mise il denaro alla cintura e se ne uscì. Noi lo seguimmo “Potevi evitare di sgozzarlo, almeno potevi evitare di farlo in una taverna..” gli disse Tangi. “Ci siamo comportati come pirati” lo riprese Caledus. “Siamo in guerra con i Rathici, giusto? Ho appena ucciso un grande amico del loro Imperatore”, rispose seccamente Dacius. Nonostante questo gesto improvviso fosse poco consono all'onore di un cittadino della Repubblica, ci permise di avere abbastanza soldi per poter comprare una nave con cui avremmo potuto eseguire gli ordini del Generale Neustrius.

Il Circense - parte III

Qualche giorno dopo, mentre eravamo al Cane Blu, vedemmo entrare nel locale il menestrello del circo, chiaramente felice per gli affari che stava facendo sul pianeta. Dato che l'unico posto libero era vicino a noi ci fece cenno e si sedette. “Una bottiglia di vino e un bicchiere!” ordinò urlando all'oste. L'oste rispose “Non si fa servizio al tavolo, se vuoi da bere devi venirtelo a prendere”, al chè il circense slacciò dalla cintura la bisaccia, tanto piena che era impossibile chiudere bene, e disse con fare insolente “e quanto viene a costare il servizio al tavolo, oste?”. Sbuffando e bestemmiando l'oste portò subito la bottiglia e un bicchiere pulito, “3 denari del vino più altri 3 del servizio”, senza battere ciglio il menestrello gliene diede 10. “Cosa bisogna fare per avere un servizio decente in certi posti, eh?” si rivolse a noi cercando intesa, “Pagare a quanto pare” rispose Tangi, “Giusto!”. “Tu sei il tizio che lavora al circo, vero?” chiesi, “Proprietario, prego. Io sono il proprietario del grande Circo Mauro! Siete andati a vederlo? Staremo su Azat ancora un mese o due..”, “Sì, siamo venuti.. i cinque denari peggio spesi della mia vita” Dacius infastidito dalla presenza del menestrello. “Non le è piaciuto lo spettacolo?” “in realtà avrei un paio di domande” entrò nel discorso Caledus, “Dove avete trovato il vostro alieno?” “Ahahah!” scoppiò a ridere l'istrione “Lo sapevo che siete rimasti colpiti dalla mia attrazione più grande! Innanzi tutto lasciate che mi presenti: mi chiamo Maurus Druus, figlio di Dracus, del pianeta Cheratus. Figlio di circensi, a loro volta figli di circensi. L'intrattenimento è una cosa che mi scorre nelle vene, come potrete immaginare.. lasciate vi riempia i bicchieri!” perplessi ci lasciammo rabboccare fino all'orlo i bicchieri di vino nero. “E ditemi, fino ad oggi non non avevate mai visto un alieno vero? Siete quella stoffa di gente che finchè non vede con i propri occhi non crede, vero? Anche il mio amico Rath VI, Sommo Imperatore dei Rathi era scettico sul mio alieno” e fingendo un accento gutturale scimmiottando la parlata dei Rathici “'attento Maurus, se mi giochi uno scherzo e il tuo alieno è un nano o un qualche artificio da giullare ti faccio tagliare la testa' mi aveva detto! E invece sono ancora qui con la testa attaccata al collo!” disse soddifatto e vedendo lo sguardo irritato di Caledus continuò “Caro amico, stai tranquillo, non ho dimenticato la tua domanda. ti sto per rispondere. Navigavamo vicino all'Ymildinolaitus..” “L'Ymildinolaitus è grande quanto tutta la colonizzata, saltimbanco” gli fece notare Dacius. “Sei un procuratore vedo! Dammi il tempo di parlare. Vicino all'Ymildinolaitus dalle parti di Dacozi, nello spazio della Repubblica se avete presente.” raccontava come se fosse il può grande viaggiatore dell'universo e noi dei poveri bifolchi di un pianeta agricolo“Ebbene, come magari sapete, quella zona è poco popolata ultimamente: la guerra tra Repubblicani e Nailliani è stata molto dura là. Pianeti una volta floridi e ricchi ridotti a macerie fumanti. I loro abitanti.. i loro disgraziati abitanti! Prima convertiti a forza sotto tortura dai sacerdoti nailliani, uomini tanto rigidi nei loro costumi da non tollerare la più lieve dell'eresia; poi, una volta tornati sotto il dominio della Repubblica, massacrati e impalati dai legionari repubblicani: la peggiore soldataglia della Colonizzata, indomabili e spietati, gente che prega le proprie insegne inzuppandole nel sangue delle proprie vittime..” Dacius a queste parole non ce la fece più e si alzò furibondo con il pugnale in mano “Come ti permetti di dire certe cose, Buffone d'un cantastorie?!”. Maurus figlio di Darcus del pianeta Cheratus non sembrava troppo spaventato, si ritrasse giusto per non porgere il collo al Dacius ma rimase seduto. Noi dovemmo tenere fermo Dacius e disarmarlo. Calmatosi il nostro compagno Caledus con tono gentile disse a Maurus “Ti chiedo scusa Maurus figlio di Dracus per il mio amico.. Devi sapere che è stato un legionario della Repubblica. Ora è in congedo con disonore per non so quale reato.. non ce ne ha mai parlato. Eri della VII legione, vero?” domandò rivolgendosi a Dacius, che annuì “Forse si è sentito offeso per le tue parole. Come si dice 'si rimane legionari per sempre'”. “Hai ragione amico. Scusami Dacius, è il tuo nome esatto? Ti chiedo scusa per le male parole rivolte verso il tuo vecchio lavoro. Ma trovandoci su Azat non mi sarei mai aspettato di trovarmi davanti un legionario. E da queste parti non vedono di buon occhio la Repubblica” Cercando di pacificare gli animi dissi “Credo le scuse siano accettate, ora puoi continuare col tuo racconto sull'alieno”. “Certamente! Comunque mi trovavo dalle parti di Dacozi, forse su una qualche luna di Mabtirus.. non ricordo” il suo tono era cambiato, da supponente e sicuro era diventato calmo e gentile “in ogni caso scendemmo per vedere se c'era ancora anima viva con cui poter fare affari” “Oppure depredare quel poco che era rimasto..” aggiunse stizzito Dacius “Oppure depredare quel poco che era rimasto, chiaro: ai morti non servono i beni materiali” replicò gentilmente Maurus “Fatto stà che scendemmo sul pianeta o luna che fosse. Non trovammo anima viva se non ciarpame di poco valore. Probabilmente qualcuno era già passato.. Da dentro una casa però Domitius, uno dei trapezisti, sentì provenire un rumore. Entrammo nella casa e trovammo questo piccolo esserino, biancastro e mostruoso, che piangeva a dirotto. Eravamo sbalorditi alla sua vista. Non riuscivamo a capire cosa fosse. Non era sicuramente un umano, lo avete visto anche voi. Ma non potevamo lasciarlo lì abbandonato a morire. Lo prendemmo allora con noi a bordo. D'altronde avere un alieno nel circo poteva avere un certo valore. Cosa che lo è effettivamente stato” e sorridendo indicò con gli occhi la borsa ricolma di denaro. “Grazie a lui puoi dirti amico dell'Imperatore Rath” “Infatti!” Caledus però non era convinto del racconto “E dimmi, voi siete arrivati sul pianeta” “Forse era una luna”lo corresse il Menestrello “Pianeta o luna poco cambia. Siete arrivati, il pianeta era chiaramente già stato depredato. Da chi? Dagli alieni? Mai nessuno li ha visti, nessun sistema di rilevamento, né repubblicano né nailliano né imperiale.. Devono avere una tecnologia certamente superiore per non essere mai stati scovati da nessuno e scorazzare per la Colonizzata. Una tecnologia così superiore e loro cosa fanno? Fanno come i ratti, prendono la nostra spazzatura? Mi sembra poco plausibile..” Maurus come fosse interrogato rispose “Io non conosco gli alieni, non so se hanno una tecnologia superiore o meno.. so di averne uno tra le mani” Allora io chiesi “Non parla il tuo alieno?” “No, emette solo suoni incomprensibili. Vedo che non mi credete, ma avete visto anche voi: non è un nano truccato e non è una macchina. È reale. L'universo oltre l'Ymildinolaitus è grande, forse più grande di tutta la Colonizzata. Forse due volte, forse dieci, forse cento volte più grande! Come potete credere che noi siamo l'unica razza senziente?” “Beh, la Colonizzata prima di essere abitata era desolata.. Fu l'SHP a renderla abitabile.” “E l'SHP da dove arrivava? Dal nulla? Ecco, basta un pianeta abitabile. Nell'universo ci sarà per forza un pianeta abitabile di natura, no?” “Sì, è possibile..” ero ubriaco delle sue parole, e il vino bevuto non aiutava nel cercare di essere lucido, Dacius però intervenne con la parola pronta “Caro il mio cantastorie, non stiamo discutendo se sia 'plausibile' o meno la vita fuori dalla Colonizzata, ma da dove arriva in realtà il tuo alieno! Il miei amici qua vogliono dire che non credono che tu abbia tra le mani un alieno, ma solamente un mutante. Un figlio di qualche primitivista.” Caledus si riprese coraggio e continuò il concetto di Dacius “Esattamente. É una cosa non insolita che i figli dei primitivisti nascano con qualche malformazione dovuta allo stare troppo tempo sugli arcamondi, privi di aria pulita, di cibo decente e.. senza ricambio di sangue. Su una di quelle nave probabilmente sono tutti parenti! Inoltre gli arcamondi che usano sono delle trappole per topi. Radioattivi e pericolosi”.

Il Circense - parte II

Al momento della sua apparizione, le luci del tendone si fecero più deboli e nell'aria si librò una musica che voleva sembrare misteriosa ed esotica. Due energumeni portarono al centro della sala un grande gabbia di ferro coperta da un drappo giallo che non faceva vedere cosa contenesse. Poi lo stesso menestrello che avevamo visto prima per le strade iniziò a parlare. “Durante i nostri viaggi per tutta la Colonizzata..” “pff, questi non sono mai andati più lontano delle città libere.. e ci siamo adesso nelle città libere!” borbottò Dacius, chiaramente infastidito dall'esser stato trascinato al circo, “...Ci è capitato di vedere le cose più straordinarie che un uomo possa mai vedere..” “Sentiamo..” “..Polli enormi bicefali alti tre metri!” “promette bene!” disse Dacius ridendo “..squali volanti e uomini senza testa!” “Vi prego, tutto questo è ridicolo”, “..ma, signori! Niente di tutto questo è così straordinario come quello che state per vedere adesso! Nei nostri viaggi abbiamo trovato questo essere, non sappiamo da dove arrivi e non sappiamo quanto la sua razza sia potente, ma siamo lieti e orgogliosi di potervelo mostrare! Ecco a voi l'U N I C O alieno in circolazione in tutta la Colonizzata!” e con un gesto teatrale tolse il drappo che copriva la gabbia. Le luci si accesero di colpo. Vedemmo finalmente il famoso alieno. Era effettivamente alto come un nano “ve l'avevo detto” gongolò Dacius, “Ma insomma, vuoi stare un po' zitto!?” protestò Tangi. Di colore verdognolo e senza peli né capelli, l'alieno aveva la testa grande quanto tutto il corpo, le braccia lunghe e scheletriche e le gambe cortissime, tanto che a stento riusciva a muoversi. Più che un alieno sembrava uno di quei bambini affetti da malformazioni dovute alle radiazioni. “Si dice sia una malattia molto comune tra i Primitivisti” asserì Caledus, “A forza di vivere in vecchi e obsoleti Arcamondi da generazioni, senza scendere mai su un pianeta abitabile e mangiando cibo che chissà dove coltivano.. capita che la loro prole subisca queste malformazioni, soprattutto tra quelli che vivono più vicino alle cisterne di carburante e ai motori” “E' una cosa mostruosa!” dissi inorridito, “Cosa vuoi pretendere, sono Primitivisti!” fece Dacius con noncuranza “Di solito però i figli malformati li uccidono lanciandoli nello spazio appena nati” “Come dargli torto..” aggiunse Tangi continuando a guardare l'“alieno”. Disgustati, ce ne andammo. Questo triste spettacolo ebbe molto successo tra il pubblico di Arzakuela, tanto che il circo rimase sul pianeta per circa un mese.

Il Circense - parte I

Ovvero un altro pezzo a caso del romanzo.


Iamurum ormai era lontano. Le sue alte mura di ghiaccio erano lontane. Il pallore malato del suo cielo era lontano. I compagni congelati durante l'assedio erano lontani. Un ricordo annebbiato. La guerra per quel freddo e inospitale pianeta ormai non era più affare nostro, se mai lo fosse stato. Ormai, ci trovavamo perfettamente a nostro agio su Azat. Gli onori dovuti alle insegne della Legione, che avevamo nascosto in un luogo sicuro appena giunti sul pianeta, dopo poco meno di due anni, ormai erano stati dimenticati. Capitava che, ogni tre giorni, qualcuno andasse a controllare se ci fossero ancora, che gli abitanti non le avessero scoperte. Ma nulla più.

Per un paio di mesi decidemmo di stare sul pianeta ad oziare, cosa che facemmo nel migliore dei modi. Ognuno di noi aveva con sé una buona scorta di denari personali da spendere. In tutta la città di Arzakuela non c'era ormai una taverna in cui non avessimo speso soldi. Il nostro locale preferito era diventato il Cane Blu, una piccola taverna vicino allo scalo del porto. Seduti al tavolo del locale vedevamo passare ogni tipo di persona: mercanti, profughi, stregoni, contrabbandieri, mercenari. Una volta attraccò al porto una nave di circensi itineranti. Per tutto il giorno un menestrello andò per le strade della città urlando “Avviso a tutti i loro signori! Sono lieto di annunciarvi che su questo bellissimo pianeta è arrivato il rinomato Circo Mauro! Dopo una tournée di quattro anni nell'Impero Rathico siamo finalmente giunti nel vostro bel pianeta! I più capaci trapezisti vi faranno stare a bocca aperta con i loro spericolati volteggi nel vuoto! Le più belle e raffinate ballerine di tutta la Colonizzata vi estasieranno con i loro sensuali movimenti! Venite a vedere la prova tangibile di vita aliena! Sì, avete sentito! Non un artefatto ma un vero alieno in carne ed ossa! Per una modica somma di 5 denari vedrete tutto questo! Venite! Venite stasera al tendone montato fuori le mura occidentali della città! Venite a vedere il più grande spettacolo itinerante dell'Universo! Lo spettacolo che ha lasciato l'Imperatore Rath VI stupefatto!”. Trapezisti e pagliacci ne avevo visti, ma un alieno.. “Tutte baggianate, figurati se hanno un alieno!” disse Dacius “il problema non è che ne abbiano uno, ma che ne esista uno!” aggiunsi, “Lo so che è impossibile, ma se si sono esibiti anche per l'Imperatore rathico.. cioè, dico io, non credo che l'Imperatore sia un tordo che crede a qualsiasi cosa..” rispose dubbioso Tangi ma non ebbe tempo di finire la frase che Dacius si alzò dal tavolo e l'interruppe “Cos'è? Vuoi andarlo a vedere?” e continuò “e poi figurati se si sono esibiti per l'Imperatore dei Rathi! Il loro alieno sarà sicuramente un nano truccato” “Credo anch'io” gli fece eco Caledus, in minoranza Tangi non potè far altro che stare in silenzio e continuare a bere. Per sicurezza e per amore di conoscenza in ogni caso decidemmo di andare la sera a vederlo, questo alieno.

giovedì 19 gennaio 2012

La Partita - parte II

In attesa che iniziasse l’incontro mi guardai intorno: in quasi ogni fila c'erano dei servi che, muniti di cestini, vendevano bevande e cibi caldi. Chi non mangiava era intento a leggere dei giornaletti che venivano distribuiti all’entrata. Altri ancora, e sono quelli che più mi incuriosirono, si riunivano in capannelli e parlottavano densi tra loro. “Sono allibratori: le scommesse sono generalmente vietate qua su Artorius, ma l’anfiteatro è una sorta di porto franco. Ciò che è illegale su tutto il pianeta qui diventa, se non legale, tollerato.. La febbre della scommessa è una grave malattia e molti qui ne sono affetti. conosco un tizio, per esempio, che perse tutte le sue fortune giocando la vittoria dei Blu. Dalla disperazione e dalla vergogna si uccise. Si venne a sapere tempo dopo che quella stessa partita era stata truccata da un allibratore molto disinvolto in materia etica” disse causticamente il mio accompagnatore “La fine tipica di molti scommettitori.” Questa smagliatura nella rete della legge portava a rendere lo stadio un luogo frequentato anche da molti mercanti che volevano portare a termine i loro scambi sotto occhi meno indiscreti di quelli della restrittiva legislazione arturiana.

L’arena era in semplice terra battuta. Sul terreno erano state tracciate delle linee in calce che formavano un rettangolo, lungo sui 90 metri e largo un po’ meno della metà, il campo da gioco, a sua volta diviso sul lato lungo a metà. “Entrano!” in campo fecero il loro ingresso le due squadre. Quattro persone per squadra. Ai polsi i giocatori portavano dei guanti robusti, per colpire la palla, come ebbi poi a capire. L’obiettivo del gioco era fare in modo che la palla, non più grande di un’arancia, una volta lanciata, rimbalzasse nel campo degli avversari per due volte senza che questi riuscissero a rilanciarla nell’altra metà. Ogni volta che una delle due squadre segnava un “punto” le gradinate reagivano o con urla di gioia o con bordate di fischi. Il gioco sarebbe continuato fino a quando una delle due squadre fosse riuscita in questo fine per almeno dieci volte.

“Come potrai ben immaginare, non ti ho portato qui solo per mostrarti come passiamo il nostro tempo: mi serviva un luogo tranquillo per poter parlare senza essere ascoltato da persone indiscrete” iniziò Anrì: “Vedi, il vostro arrivo ha sconvolto non pochi animi nel consiglio. Da molto tempo non ricevevamo ospiti che provenissero dalla Repubblica, tanto che iniziavamo a pensare fosse solo una leggenda la sua esistenza. Oppure che fosse stata distrutta dai Radicali, Nailliani come li chiami te..” “Con mio dispiacere devo ammettere non si fa molta differenza tra nailliani moderati e radicali dalle mie parti, soprattutto dopo la Grande Guerra” “Sappiamo quello che avete fatto” “E quello che abbiamo subito?” alla mia risposta seccata l’arturiano sorrise benevolo e continuò “Non siamo qui per parlare di storia, ma per progettare il futuro. Come dicevo, l’arrivo della vostra nave, e soprattutto l’arrivo di un milite della Repubblica, parlo chiaramente di te, ha creato un subbuglio che definire leggero è eufemistico. Sono secoli che non abbiamo collegamenti con il resto della Colonizzata non Radicale. Il tuo riassunto di ciò che è successo in questi anni ha fatto pensare a molti di noi che sia ora di riunirci a voi. Ovviamente ciò vorrebbe dire dichiarare guerra ai radicali, spezzare l’equilibrio che avevamo creato con loro.. e non tutti sono favorevoli a tali rischi..” “E’ una decisione molto pesante da prendere, lo capisco, ma siete repubblicani! Onorate gli stessi nostri eroi. E i radicali..” “Fermati qui, ospite: so chi ha fatto cosa a chi e viceversa. Il punto è: tu hai raccontato che siete in guerra con i Rathi, che avete conquistato le città libere, , sconfitto la pirateria e schiacciato i Primitivisti. Sembrerebbe che la Repubblica vada a gonfie vele. Allora perché venire qui a implorare la nostra alleanza?” Mi chiese. “Io” risposi in fretta senza pensarci troppo e, soprattutto, raccontando la verità “non sono qui per conto di nessuno se non di me stesso. La mia legione venne sbaragliata in terra Rathica. Da allora vivo in alla giornata.. Io stesso mi sono fatto pirata nelle città libere. Quando venni fatto prigioniero dai Nailliani” “..Radicali” mi corresse “Dai Nailliani radicali riuscii a fuggire con altri e per puro caso giunsi su Artorius. Non è una missione ufficiale nè programmata. Ma nonostante queste cose, mi reputo un buon cittadino repubblicano e guai non avessi tentato di fare il bene per la mia nazione!” gli spiegai accorato. “L’avete vinta la guerra con i Rathi?” “i pianeti liberi sono in mano nostra e i primitivismi ormai errano disperati sulle arche da molto tempo”. “Allora la situazione non è così disperata per i nostri interessi.. Punto!” dalle gradinate i tifosi vestiti di verde urlarono a squarciagola e esultarono come indemoniati. A quanto pare i verdi erano riusciti a vincere una partita insperata contro i favoriti Rossi. “Una sconfitta non è la fine del mondo: l’importante è vincere il campionato.. anche se contro questi qui..” Erano i commenti dei tifosi rossi. “Mi spiace per la tua squadra” dissi ad Anrì. “Spero che questa sconfitta sia un buon segno d’auspicio per uno scontro ben più importante” mi rispose sconsolato. Mentre ci dirigevamo all’uscita vidi i tifosi verdi entrare nell’arena. Erano contentissimi, come se avessero vinto una guerra, presero sulle spalle i loro beniamini e li osannavano come eroi. L’unico commento della mia guida fu “provinciali”.

mercoledì 18 gennaio 2012

La Partita - parte I

E' da un bel pezzo che non pubblico nulla: ho lasciato perdere per un po' il raccontino e mi sono messo a lavorare più sul manoscritto ("romanzo" suona troppo arrogante). Eccone un frammento

Anrì, l'Arturiano che mi teneva in custodia, era tutto meno che un guardiano severo. Sempre cordiale  ed ospitale, era così orgoglioso che gli anziani l'avessero scelto per tenermi in affido che sempre mi trattò più come un ospite gradito che come uno straniero da vigilare; come se fossi un parente venuto da lontano a trovarlo fece di tutto per mettermi a mio agio, e se ora posso raccontare con gran dovizia di particolari ciò che è su Artorius e di come i suoi cittadini vivono, è grazie a Lui.

La mattina del quindicesimo giorno in cui mi trovavo suo ospite, Anrì mi raggiunse nelle mie stanze  e gentilmente mi chiese se avessi voglia di fare una passeggiata.
“Dimmi, nella Repubblica siete ancora soliti andare all'anfiteatro?” “Un tempo sì, prima delle guerre. Ora non più” “Capisco. Ti andrebbe di andarci?”. E così, guidato poco oltre fuori città, arrivammo di fronte a un gigantesco stadio, costruito in pietra bianca, di forma circolare con una grande rampa esterna che l'avvolgeva. All'esterno, in ogni finestra, erano montate delle statue, così ben fatte che sembravano persone reali: quelle del primo piano raffiguravano gli atleti che si erano distinti nella disciplina; quelle al secondo invece erano gli eroi che anche noi adoriamo: con molta gioia -mi sembrava infatti di essere meno straniero- riconobbi infatti le fattezze di Lucius Brutus; al terzo piano invece le statue rappresentavano quelli che, con le loro decisioni, portarono il pianeta di Artorius alla pace e alla prosperità.
“Quest'anfiteatro è il più grande del pianeta, e forse dell'intera Colonizzazione: può contenere fino a quarantamila persone sedute e circa il doppio in piedi!” mi disse orgoglioso Anrì e, presomi sotto braccio, continuò “stai attento a non perderti”. Infatti era molta la gente che stava entrando nello stadio. Così tanti e così veloci che vista da lontano la folla sembrava un fiume che scorre rapido e nervoso in direzione della sua foce.
Una volta entrati, lo spettacolo fu ancora più stupefacente: le gradinate erano gremite di gente di ogni tipo, quasi tutti, notai, portavano vestiti di colori precisi. Anrì mi spiegò che esistono quattro squadre: i rossi, i blu, i verdi e i bianchi, ognuna di queste rappresenta un quadrante del pianeta “Io sono per i rossi, non c’è bisogno che te lo dica: sono i migliori” mi spiegò con fare canzonatorio, “E chi si affronta oggi?” “I Verdi contro i Rossi!” e scoppiò in una tonante risata. Indubbiamente, oltre che spinto dalla voglia di rendermi partecipe degli usi e costumi di Artorius, era suo interesse personale andare a vedere l’incontro.
 

venerdì 9 dicembre 2011

Dell'empietà che i pirati fecero a bordo del galeone.


I Nailliani, ridotta a impotenza la capacità offensiva della Lucius Brutus, dunque iniziarono a cercare e a catalogare le merci e qualunque cosa di prezioso vi fosse sul nostro vascello: il loro comandante ordinò infatti a nove di loro di rimanere sulla nave per questo scopo. Divisi in tre squadre essi iniziarono l'ispezione, con solerzia e puntigliosità che poche volte ho avuto possibilità di essere testimone. Infatti, mentre le altre due squadre erano intente a contare il carico di euxenite presente nella stiva e nei corridoi, una terza squadra, ben più feroce e avida di beni, andò in cerca di ricchezze per gli alloggi dei passeggeri e dell'equipaggio, iniziando a rapinare chiunque di qualunque cosa ai loro occhi avesse valore: strappavano le collane, anche le più miserevoli e prive di valore, direttamente dal collo, senza preoccuparsi di rovinare o rompere gli ornamenti; a chi, incauto e geloso dei propri beni, si rifiutava invece di cedere gli anelli che portava, uomo o donna che fosse, essi risolvevano il problema recidendo la falange e così, dito e anello insieme venivano messi in una sacca: questa, alla fine della ruberia da questi compiuta, era così piena e così grondante di sangue che avrebbe fatto impressione anche al più navigato degli uomini.
Ma le loro malefatte non si fermarono a questo: vi era a bordo della nave, insieme alla sua famiglia, un certo Glyndus Martius, un giovane patrizio del pianeta Byzantium, capitale della Provincia Arcadica. Egli, per linea diretta, era discendente del Distruttore di Pianeti, l'onorevole Eusebius Martius Niallanus, eroe della prima campagna contro la rivolta nailliana. Saputo della sua presenza e dei suoi così famosi avi mentre stavano facendo ritorno alla loro nave, i corsari tornarono velocemente al suo alloggio per torturarlo. Una volta che questi furono andati via, due civili che avevano gli alloggiamenti vicini a quello di Glyndus andarono a vedere cosa fosse capitato al giovane patrizio. Lo trovarono morto, legato ad una sedia, con mani e piedi mozzati, il corpo pieno di tagli e ustioni. il viso totalmente sfigurato.
Venuto a conoscenza di questi accadimenti, il comandante Vandervala fu preso da enorme ira e, radunato un piccolo gruppo, era sua intenzione di uccidere i nailliani colpevoli di queste atrocità; a stento gli altri riuscirono a tenerlo fermo nelle sue stanze ricordandogli che, per quanto vergognose ed empie fossero le azioni dei nailliani, per un motivo del genere essi avrebbero potuto facilmente distruggere il galeone e che quindi, la morte di un paio di persone, anche se di nobili e gloriosi natali, era un prezzo sopportabile per la sopravvivenza di tutti.

lunedì 5 dicembre 2011

Dell'arrivo dei Nailliani a bordo e di come si comportò il comandante Vandervala.


Quando i nemici sentirono quel messaggio, cessarono l'attacco e inviarono quattro lance verso il galeone: il comandante non riuscì a persuadere la turba ammutinata a non permettere che i nemici entrassero a bordo senza colpo ferire.. Dopo la consegna di ostaggi da parte dei nostri (come assicurazione di incolumità per i Nailliani), l'ammiraglio Tangi Namatus si recò nella cabina del comandante dove Cornelius Vandervala, visto che non obbedivano ai suoi ordini, si era ritirato insieme ad alcuni che non lo avevano abbandonato. Namatus lo salutò con parole d'uso tra i capitani, vincitori e vinti, esortandolo a non abbattersi, perché erano questi i casi della guerra e dell'alterna fortuna; e aggiunse che per mostrargli quanto aveva apprezzato il suo valore gli prometteva, a nome suo e del suo Principe, l'incolumità di tutto l'equipaggio e un rango di valore nella flotta Nialliana, qualora avesse giurato fedeltà a Morvanus e avesse subito consegnato i dati di carico, le rotte di navigazione, e tutti i documenti ufficiali presenti sulla nave, oltre che l'intero carico di Moissanite, nel caso ve ne fosse a bordo. A lui, Cornelius Vandervala rispose: “Queste richieste, ammiraglio, presentale a chi ti ha chiamato, ti ha consegnato il galeone e ti ha permesso d'entrare. Da parte mia, non ho niente da spartire né con te, né con il tuo principe, perché la mia fedeltà va solo alla mia Repubblica e non ti darò quel che mi chiedi in quanto non mi considero vinto finché non mi abborderete e mi costringerete alla resa con le armi”. A questa risposta il Nialliano andò su tutte le furie e, mentre si dirigeva verso la sua lancia per far ritorno sulla sua nave con gli ostaggi, urlò: “Non vuoi ancora piegarti comandante?”. Diede inoltre ordine via radio di inviare altre quattro lance piene di armati sulla nostra nave.
Quando il comandante vide le lance in prossimità della Lucius Brutus mentre i suoi uomini non volevano neanche sentir parlare di combattere, si diresse di corsa verso la sala comandi e, aiutato da Pelagius Pursius, responsabile della sala motori, e dal sottoscritto Erricus Rotius, Optio delle Milizie, prese a distruggere tutti i dati che, qualora in mano nemica, si sarebbero rivelati fatali, non solo per le altre navi della squadra, ma per tutta la flotta terrestre poiché contenevano numerose rotte di vascelli militari e civili in navigazione quell'anno. Ad altre persone presenti in sala comandi e atterrite dal pericolo cui li esponeva, dichiarò che anche a rischio della vita non sarebbe mai venuto meno ai suoi obblighi di comandante, e che i nemici non avrebbero mai conosciuto per suo tramite i segreti della Repubblica.
Namatus, tornato al galeone con i suoi armati, non avendo trovato il comandante nelle sue stanze, si diresse in sala comandi dove lo trovò. Presagito l'accaduto, adirato, trattò brutalmente il Comandante e gli impose ancora una volta di consegnare tutti i documenti e i dati di navigazione. Vandervala rispose di nuovo che non aveva nessun documento da dargli, ma che siccome si trovava sul galeone, se li cercasse da sé. Gli chiedeva soltanto, poiché anche lui era a comando di una nave e sapeva gli obblighi del grado, di attestare che egli fino all'ultimo aveva eseguito gli ordini ricevuti: gli lasciasse dunque una ricevuta delle mercanzie requisite da presentare al Prefetto delle Rotte a proprio discarico. Tangi Namatus promise di dargliela non appena i suoi uomini avessero finito di catalogare il carico.

sabato 3 dicembre 2011

Dell'abbordaggio del galeone Lucius Brutus da parte dei Nailliani.


Inviato il messaggio, tutto l'equipaggio si mise in posizione, non di difesa, come si potrebbe credere, ma d'attacco: sapevano infatti che la nave mai avrebbe potuto reggere l'urto della capitana Nailliana e il piano era dunque di prendere possesso di quest'ultima per poi poter far rotta al più vicino pianeta abitato dove sarebbero stati messi in salvo. Tanta era la disperazione tra i nostri che non pochi credettero che il piano avesse delle possibilità di riuscita; chi invece aveva esperienza di cose guerresche capì che non era che, benché temeraria e con lievi possibilità di riuscita, un azione suicida. Tra l'equipaggio si diceva infatti che il comandante, per paura di essere processato per la perdita della nave e delle merci, aveva intenzione di cercare una morte onorevole, e portare con sé quante più persone egli avesse possibilità.
La nave capitana dei Nailliani, con la prua rivolta verso il nostro lato sinistro, frantumò con il rostro la parte anteriore del galeone staccandolo completamente dal resto della nave, causando molte perdite tra i nostri, fortunatamente però i settori vennero chiusi in tempo prima di causare altre perdite e la nave,anche se a stento, era ancora in grado di navigare. Molti allora, persa ogni fiducia sulle possibilità di difendersi, si recarono dal capitano e gli chiesero d'arrendersi, ad evitare che morissero tutti nello spazio. Questi però li invitò a ricordarsi che erano cittadini della Repubblica e cioè gente che, in simili situazioni, non aveva mai perduto l'onore per paura della morte. Rientrato questo ammutinamento, benché tutti fossero tornati al loro posto, la loro caparbia costanza non bastò a tenere la nave in sicurezza, che aveva lo scafo esterno sempre più squarciato. Si iniziò a mormorare che il galeone era sul punto di collassare. Passatasi parola l'un l'altro, tornarono inferociti dal comandante e lo scongiurarono di arrendersi: la situazione era critica e, se lui aveva intenzione di perdere la vita, badasse di non perdere anche l'onore facendo morire tutta quella gente. A queste e ad altre parole il Comandante Cornelius Vandervala rispose seccamente: “Lasciate fare a me il mio compito di capitano” e intimò a questi di allontanarsi dalla sala di comando. Mentre questi ancora si lamentava e si rifiutavano di andarsene, giunse dal comandante l'ufficiale alle macchine, Pelagius Pursius, e gli si avvicinò parlandogli all'orecchio; e dato che veniva da un sopralluogo dalla sala motori e non parlava pubblicamente, tutti ne dedussero che lo stava avvertendo dell'imminenza del pericolo...
A questi discorsi, che si svolgevano tra i due, tutti gli altri stavano così attenti che, accortisi di quel che succedeva, ad una voce con grande veemenza gridarono: “Se voi volete morire, noi vogliamo salvare la vita, perché combattere non serve ormai a niente e non c'è più modo di difenderci” E senza tener conto degli ordini del comandante, lo deposero dal suo potere, senza però imprigionarlo, ma anzi era libero di muoversi per il galeone. L'ammutinamento si estese a tutta la nave e per quanto Vandervala facesse e gridasse, un ufficiale inviò un messaggio di resa.

giovedì 1 dicembre 2011

Della fuga e della seconda battaglia con i Nailliani.

Partito il galeone, come ho detto, e avviatosi verso lo spazio aperto in direzione di Nadiria, non navigò da solo per molte ore, perché il nemico riuscì a rintracciarlo facilmente e, con le sue tre navi in breve tempo lo raggiunse. Le due che avevano combattuto il giorno prima tallonavano i nostri, mentre la terza, sempre pacifica, seguiva la loro scia. Questa nave, anche se non fosse vero che faceva parte di un altra squadra e che non aveva ricevuto l'ordine di combattere, non avrebbe potuto entrare in battaglia perché non sapeva come disporsi: le sue compagne, infatti, avevano cominciato a colpire con le loro batterie anteriori, per poi, una volta arrivati abbastanza vicini alla Lucius Brutus, fare a turno a scaricare le artiglierie laterali, così mentre una sparava, l'altra ricaricava; la nostra nave era incalzata in tale modo che non ci fu un solo momento durante il quale non gli piovessero addosso proiettili. Dai nostri i Nailliani, invece, ricevettero poco danno, infatti la tattica del comandante di usare le mine non li colse di sorpresa e riuscirono a liberarsene distruggendole molto prima che queste riuscissero ad avvicinarsi ai loro scafi. Inoltre i due cannoni di poppa erano guasti dalla battaglia precedente e, non potendo usare colpi diretti ma solo proiettili esplosivi lanciati dai cannoni laterali, e quindi poco affidabili, i Nailliani non ebbero grandi difficoltà a raggiungerci.
Dopo circa quattro ore di combattimento così intenso, sul galeone, ridotto quasi a un colabrodo, si contavano alcuni morti e parecchi feriti. Inoltre l'intero comparto di cannoneggiamento sinistro era inutilizzabile, in quanto uno squarcio largo quanto una lancia aveva reso il settore aperto al vuoto e quindi inagibile per i cannonieri, quasi tutti privi di tute pressurizzate e scorte d'ossigeno. Anche l'hangar di lancio aveva subito gravi danni; fu dunque deciso, che le residue energie dell'equipaggio venissero usate per la riparazione di questo, necessario come ultima via di fuga in caso di distruzione del galeone.
La situazione era così disperata che si decise di mandare alcuni ingegneri fuori dalla nave affinché riparassero lo scafo esterno; esponendoli così a rischi enormi, sia per la possibilità che i nemici li vedessero e iniziassero a bersagliarli, sia per il gran numero di detriti volanti che rischiavano di recidere i cavi di sicurezza e condannandoli così alla peggiore delle morti. Ma non bastò il coraggio di questi ultimi: pur avendo chiuso molte falle, e ristabilito l'abitabilità in molti comparti, ne rimanevano molti altri ancora da riparare, alcuni dei quali, necessari per la navigazione, era praticamente impossibile aggiustarli in quelle condizioni.
L'annuncio che non era possibile riparare la nave sgomentò tutti perché ci si rendeva conto che la mala sorte creava ostacoli e difficoltà insormontabili per le loro forze: tanto più che il galeone non obbediva più alla guida. Come ultimo slancio d'umanità si lanciarono nello spazio i morti e vennero curati per quanto possibile i feriti..
Il comandante, come noi tutti, si rese conto che l'unica nostra salvezza stava in un abbordaggio e in un combattimento corpo a corpo: per questo diede ordine a tutto l'equipaggio di armarsi e inviò al nemico un messaggio dove affermava che non avrebbero mai ceduto la nave e che quindi, se veramente volevano il bottino, i Nailliani sarebbero dovuti venire all'arrembaggio.

mercoledì 30 novembre 2011

Dell'arrivo del galeone Lucius Brutus alla stazione di Pertinax e della prima battaglia con i Nailliani.


Il nostro galeone navigava veloce quale poche volte si era avuto del tragitto di quella rotta, giacché essa, oltre che infestata da pirati, è anche pericolosa per il gran numero di detriti che si trovano sulla strada (non poche volte infatti molte navi vengono perse per una falla causata da rottami, perciò si deve spesso procedere a vista) e il 12 novembre prese contatto radar della stazione..
Quando i Nailliani rilevarono che il galeone stava effettuando le manovre per attraccare nel porto interno della stazione, ritennero che, per non farsi catturare, i Terrestri o si sarebbero trincerati in quella posizione o avrebbero fatto esplodere la nave trovando rifugio all'interno della Pertinax, come avevano già fatto gli eroici uomini della Carolus Mars alla stazione Britannia incalzati da Reiver Primitivisti. Per evitarlo, i nemici, fino ad allora nascosti dietro Sirius, e quindi invisibili ai nostri sensori, si mossero rapidamente verso la stazione e inviarono un messaggio radio al galeone. Giunti presso Pertinax molto prima di noi, rimasero in orbita alla stazione per un breve tempo, poi la loro squadra si divise: l'ammiraglia e una delle navi si diressero verso di noi, mentre la terza rimase pacifica intorno alla stazione..
Senza alcun fondamento, qualcuno dice che le due navi si tolsero dall'orbita temendo di essere troppo vulnerabili a un possibile abbordaggio da parte del galeone: era evidente che i Nailliani avevano tutte le possibilità di evitare l'abbordaggio, sia nel momento stesso in cui i nostri lo avessero tentato, sia prima, non appena il galeone aveva oltrepassato la prima boa; avevano tutto il tempo di levarsi dall'orbita e prendere il largo, se ciò mai fosse stata la loro volontà. Nonostante quello che alcune malelingue vogliono ora farci credere, l'intenzione dei Nailliani era chiaramente di dar battaglia, e aspettavano solo il momento più propizio per attaccare.
Il galeone non aveva ancora finito le manovre iniziali di avvicinamento alla stazione che i nemici si allinearono accanto ad esso e in posizione così favorevole, che il capitano Erricus Cadugan gridò al comandante di ordinare una bordata a quelle, poiché non conveniva lasciarle avvicinare così tanto.
Il comandante Vandervala, visto che l'intento del nemico era scopertamente ostile, poiché non era certo venuto fin lì tanto velocemente, e in quell'assetto, con propositi di pace, diede ordine di far fuoco con un pezzo soltanto, ma il proiettile non andò a segno e si disperse nello spazio, mentre il nemico, che aveva già i buttafuochi accesi, scaricò contemporaneamente sul galeone la sua artiglieria, da una nave e dall'altra, senza perdere un colpo. Si ingaggiò così una feroce battaglia, a tiro di proiettili perforanti a punta principalmente, ma vennero usati anche alcuni di quelli esplosivi, molto più efficaci, anche se molto pericolosi per la vicinanza tra le navi.
Si combatté tutto il giorno: con i Nailliani che dalla loro favorevole posizione andavano smantellando e distruggendo, cannonata dopo cannonata, la Lucius Brutus, e con molti morti e feriti da una parte e dall'altra...
I nostri si adoperavano in tutti i modi per recare offesa al nemico, usando senza risparmio le cariche che avevano a disposizione: in quel giorno ne consumarono più di cento, tra mine e proiettili costruiti alla bell'e meglio durante lo svolgersi stesso della battaglia. Ma dovettero anche subire la terribile tempesta di proiettili che, senza un attimo di sosta, i Nailliani sparavano contro il galeone, provocando danni gravissimi agli scafi e addirittura diversi comparti della nave dovettero essere abbandonati, giacché erano così messi male che sembravano collassare da un momento all'altro.
Neppure i nemici uscirono indenni e senza perdite, perché un solo tiro del galeone riuscì a compromettere la stabilità delle più piccola delle due navi attaccanti. E in questo modo, quelli per il bottino, i nostri per la propria vita, si continuò a combattere per altre ore ancora, fino a quando la stanchezza, ma soprattutto la necessità di riparazioni da entrambe le parti obbligarono a una tacita tregua.
In questo tempo si buttarono nel vuoto i caduti, si curarono con grande amore i feriti e si riparò, come la situazione permetteva, i comparti danneggiati, e tutti lavoravano assiduamente a queste e alle altre cose necessarie alla difesa.
Quando la calma tutto intorno sembrava regnare, fu dato ordine di allontanarsi dalla stazione e tentare la fuga verso il pianeta abitato di Nadiria, nel sistema di Sirius, non molto distante dalla nostra attuale posizione ma molto ben difeso, sicuri che i Nailliani non avrebbero avuto coraggio di inseguire il galeone fin là. Inoltre, impegnati nell'inseguimento del galeone, anche se più veloci, le navi nemiche non avrebbero potuto usare i cannoni laterali, il che diminuiva enormemente la loro pericolosità in spazio aperto. Se invece il galeone fosse rimasto in prossimità, se non addirittura nell'orbita, di Pertinax, i nemici avrebbero sicuramente avuto la meglio, in quanto più agili e veloci. A tutte queste ragioni se ne può raggiungere un'altra che il comandante non dichiarò, lasciando ai più curiosi come me di intuirla: facendo rotta verso uno spazio aperto si sarebbero potute utilizzare meglio le mine, ritardando quindi di molto gli inseguitori, costretti a perdere tempo a disarmarle, distruggerle o evitarle...
Durante la fase delle riparazioni, il nemico si era rifugiato vicino ad un asteroide non molto lontano dalla stazione, poiché non si riteneva sicuro nelle vicinanze del galeone. I Nailliani temevano soprattutto che i nostri li abbordassero ed evitavano ogni rischio di arrembaggio tanto quanto i Terrestri lo cercavano. Il comandante, capito il timore degli avversari, fece posizionare il galeone verso l'ammiraglia dei Nailliani e tentò di speronarli con il rostro ancora miracolosamente integro, ma questi, vedendola arrivare, riuscirono a disimpegnarsi, con grande rabbia dei nostri. Ai quali non rimase che proseguire il viaggio...

martedì 29 novembre 2011

Quali erano i nemici che il galeone incontrò presso la stazione Pertinax e dello scopo per cui vi si trovavano.


Nello stesso anno in cui il Senato inviò in soccorso della Provincia di Albirea la flotta di galeoni detta, dalla ribelle nazione di Naillum partirono tre squadre spaziali dirette al sistema del Terzo Cigno. Una di queste, comandata dal Ammiraglio Tangi Namatus, salpò dal pianeta artificiale di Cinna, per ordine del Principe Morvanus, al fine di stabilire rapporti d'alleanza e di commercio con i rappresentati del Terzo Cigno, allora di non sicura fede repubblicana. La squadra doveva tornare al più presto con un carico di Moissanite e di Euxenio limitato (per mantenersi il più leggeri possibile) e trovarsi al massimo verso la metà di novembre presso la rotta tra Albus Pegasus e Pertinax, dove avrebbe aspettato qualcuna delle nostre navi della rotta dell'Albirea per cercare di catturarla, costringendola alla resa bombardandola ed evitando ad ogni costo l'arrembaggio.
Seguendo questi ordini, Namatus fece ritorno dal Terzo Cigno così rapidamente, che prima del 25 ottobre si trovavano già tre galeoni in formazione da imboscata intorno a Albus Pegasus, portando con sé due legati Terzocigni che venivano a discutere circa una possibile alleanza. Le tre navi erano dello stesso tonnellaggio: la capitana aveva quarantasei pezzi d'artiglieria, tra cannoni e lanciamine, e ciascuna delle altre ne contava trentasei. Si trattava dunque di navi appositamente costruite per la guerra, con una così ottima disposizione delle batterie di cannoni da riuscire a bombardare il nemico in qualunque posizione si trovassero, senza bisogno di molte manovre, e non portavano più di duemila quintali di merci ciascuna. Ogni nave trasportava un centinaio di uomini, che svolgevano indistintamente il compito di soldati, marinai e bombardieri, secondo il costume di quella nazione, per cui si trovavano in grande vantaggio sulle nostre. Erano tutti Religiosi, e per lo più fedeli dell'Unicum, e tra loro neppure per sbaglio si sarebbe potuto trovare un cosmista.
Tante erano le armi e gli strumenti di guerra di cui erano provvisti e tanta la quantità di munizioni, che dopo tre giorni di battaglia con il nostro galeone, sulla capitana contarono le munizioni perforanti avanzate e ne trovarono più di seicento solo di quelle esplosive, senza calcolare quelle a punta: come se non portassero altra zavorra. I corridoi e i ponti, come i ripari dei pezzi d'artiglieria, erano totalmente sgombri. Tutto era così ben organizzato che riuscivano a muoversi all'interno della nave con la massima facilità...
Al contrario, il nostro galeone Lucius Brutus che, seguendo la rotta perfettamente, sta per imbattersi in questi nemici, non porta che venticinque pezzi d'artiglieria, compresi i due cannoni di poppa, inagibili non prima d'aver liberato la camera in cui si trovano delle mercanzie che sono state lì accatastate. Le munizioni erano in tutto duecentocinquanta proiettili esplosivi.
Ho voluto dilungarmi su questi particolari perché si veda con quanto vantaggio i Nailliani si batterono contro il nostro galeone, e quale sia la prudenza e l'armamento che converrebbe alle navi che battono la rotta d'Albirea, perché, a meno che la guerra volga velocemente in nostro favore, ci si deve aspettare di incontrarli ancora, e si sappia con quanta superiorità essi vengono a cercarci.
I Nailliani trovarono nelle vicinanze di Sirius, non molto lontano da Pertinax, scorie e rifiuti lasciati pochi giorni prima dalla sfortunata nave cargo Atius che, di ritorno dal sistema di Auriga, fu completamente distrutta dai pirati mentre era alle porte di Eris. Avendo appreso che quella così ricca nave era passata per quella rotta, si rammaricarono moltissimo, come poi ebbero a dichiarare, di essersi lasciata sfuggire la preda. Fecero allora rapidamente provvista di carburante, in modo da essere pronti, senza indugi, a prendere battaglia contro qualsiasi nave che si presentasse e inseguirla nel caso, accortasi del pericolo, prendesse il largo.

sabato 26 novembre 2011

Di come arrivarono nove vascelli partiti dalla Stazione di Malta per il Pianeta Padus nella Provincia Albirea nel 2255 e del ritorno da Padus della capitana Lucius Brutus, nonché dei pareri manifestati sull'opportunità di non passare per la stazione di Pertinax.


Nel 126, il console Teodorus Giocovicus ordinò che, oltre alle tre navi di viaggio annuale, di cui quell'anno era comandante in capo Fernandus Caus, si apprestassero sei galeoni per trasportare su di Arbirea rinforzi di uomini, armi e denaro di cui il Senato riteneva che quel sistema avesse bisogno, sia per le perdite subite nei combattimenti contro i Nailliani, sia per le istanze presentategli dal governatore di quella provincia. Dei sei galeoni di rinforzo nominò Comandante Cornelius Vandervala, che aveva già guidato due flotte su questa rotta. Il Galeone Lucius Brutus era una nave militare di media stazza, con una stiva non molto ampia. Quando partì da Padus, fu sovraccaricata all'inverosimile, compromettendo così la capacità di navigazione, come avviene abitualmente per le navi che partono dall'Albirea (male irrimediabile e che tanto costa a molte di esse!).
Solo nella stiva trasportava cinquemila quintali di Euxenite, e nel corpo della nave, nei dormitori, nelle armerie e addirittura nella sala comando erano tante le casse di mercanzia ammucchiate l'una sull'altra, che non c'era posto neppure per una persona. E persino nei locali dell'equipaggio c'erano casse e cabine di fortuna, come sempre accade in queste navi. Sul galeone s'imbarcarono circa trecento uomini tra marinai, ufficiali, qualche militare, prigionieri e una trentina tra patrizi e persone di rispetto..
Il galeone era talmente carico che, tra le proteste dei mercanti, si dovette procedere a sbarcare un po' del carico. Raggiunto un peso, non regolamentare, ma soddisfacente per il comandante, il 24 agosto, la Lucius Brutus poté partire.
Giunti all'altezza del sistema di Rastaban, secondo la rotta abituale, non poterono sostare a Ctesiphon, poiché la stazione era soggetta a quarantena: quindici giorni prima infatti una galera proveniente da Tirdaulum, la Gaudium Coeli, carica di fanatici dell'Unicum e di prigionieri di guerra, cadde vittima di un'imboscata da parte di un commando nailliano. Per resistere all'attacco, la galera, priva di navi di scorta (ahimè, è così che in questi tempi infatti conduciamo le nostre guerre!), tentò rifugio nella stazione, ma venne distrutta appena attraccata: morirono, oltre a tutto l'equipaggio, seicento tra mercanti e personale della stazione che si trovavano sul molo nel momento dell'esplosione, e circa il triplo venne contaminato dalle sostanze tossiche che si dispersero a seguito dell'esplosione della Gaudium Coeli. Queste furono le cause che decretarono la quarantena della Stazione di Ctesiphon. Non potendo quindi fare scalo, la Lucius Brutus proseguì allora alla volta della Terra volando a una velocità ragguardevole per una nave così carica, tant'è che raggiunsero Albus Pegasus in soli tre mesi con tanta felicità quale mai nave aveva trovato fino a quel momento, come se la sorte, adirata per la loro fortuna, li spingesse ad affrettarsi verso il luogo della tragedia, in cui li vedremo presto arrivare.
Oltrepassato Albus Pegasus, realizzati i desideri di buona speranza, cominciarono ad approntare gli armamenti, a fare mine e altri preparativi di guerra perché avevano saputo che molte navi da corsa di Naillum erano passate dal sistema del Terzo Cigno e temevano di incontrarle. Con questo timore ed avendo superato così facilmente Albus Pegasus, pensarono di proseguire il viaggio senza attraccare dalla Stazione Pertinax, né altre, perché erano in buona salute e avevano viveri ed acqua a sufficienza, e contavano quindi di raggiungere la Terra al più tardi a marzo. Ma a chi gli proponeva questa soluzione, adducendo ragioni che avrebbero dovuto persuaderlo, il comandante Vandervala rispose: “Signori, sarebbe per noi molto conveniente proseguire il viaggio senza far scalo alla Pertinax. Sono anch'io di questo avviso e così già la pensavo alla partenza a Padus, quando ho insistito con il governatore Sanzus e con i procuratori della Repubblica per essere esonerato dall'obbligo di sostare alla Pertinax. Ma non mi è stato possibile ottenerlo perché c'è l'ordine preciso del Senato di prendere porto nella stazione e aspettare fino a Dicembre gli altri due Galeoni della mia squadra per dirigerci tutti e tre insieme verso la Terra, dal momento che la rotta è infestata di corsari; e mi sono stati dati, in tal senso, altri ordini scritti, firmati dal Governatore, che io, anche se di diverso parere, sono dovuto a eseguire scrupolosamente. Tra l'altro mi è stato prescritto di dirigermi verso la Pertinax, come il Console aveva comandato, tenendo il galeone in assetto da guerra, e di assalire qualsiasi nave nemica si avvicini. Arrivando alla stazione, dovrò far entrare la nave nel porto interno, questo è infatti il posto più sicuro, e rafforzare le difese sbarcando uomini del Lucius Brutus su di essa, in modo che sia inespugnabile. Se però sia nell'orbita che nei pressi della cintura di meteoriti là vicina troveremo navi che sia rischioso affrontare, dovremo passare al largo dalla Pertinax, proseguendo il viaggio verso la Terra. Nel caso si presentino davanti alla stazione navi in gran numero superiore alle nostre (indizio certo che si tratta di nemici), dovremo lanciarci secondo il parere di tutti gli ufficiali, dei patrizi e del resto dell'equipaggio, nel modo che più convenga per la sicurezza del viaggio. Se infine, nel tragitto, incontreremo navi nemiche, gli ordini mi lasciano piena libertà di decidere su come agire”. Così parlò il comandante mostrando come testimonianza di insindacabilità gli ordini scritti e firmati dal Governatore. Sentite queste parole e visti i documenti, più nessuno osò mettere in discussione la rotta.

RELAZIONE SOMMARIA DELLE BATTAGLIE E DELLE VICENDE DEL GALEONE LUCIUS BRUTUS

Al patrizio Boetius Balbus Prefetto del Pretorio e Senatore della Repubblica Terrestre.

Augustissimo Senatore, delle 58 navi che questa Repubblica ha perduto negli ultimi 15 anni a causa della pirateria e della guerra con la Nazione Nailliana, alcune hanno patito tante avversità e così degne di nota da spingermi a riferirne, almeno in parte, in questa breve relazione che, con le dovuta venerazione, offro a Te. Mi è sembrato infatti che la nostra amata Repubblica vedrà, a causa di tali perdite, eclissarsi la gloria ricevuta da queste imprese di Colonizzazione e Conquista (avviate soprattutto al tempo dell'illuminato Console Petrus Azeliius) almeno tanto quanto è stata esaltata dalle sue fortunate vicende. E non solo risulterà di lenimento ai travagli sofferti da chi è scampato alle sciagure di cui riferisco, vedendo che ne è giunta notizia a Te, me ne verrà eterna memoria a coloro che in esse morirono gloriosamente.
Accogli Patrizio, con la tua consueta affabilità, questa scarna relazione, dovuta alla mia mia mano rude e incolta, perché essa abbia rinomanza.
La fortuna protegga la Repubblica.

Da Hibernata, Provincia Esterna di Delina, 21 ottobre 126° RR.
ER·ROTIVS·P·F·PAVLVS·OPTIVS MIL